Come spiegare la morte a un bambino?

La religione sembrerebbe l'unica soluzione... e se siamo atei?

Scritto da Dott. Raffaele Troiano - Pediatra il

Come comportarsi se un bimbo ci pone domande sulla morte? E' giusto affrontare l'argomento o meglio evitare lasciandolo ancora un po' nella spensieratezza?

Diciamoci la verità, parlare di morte non piace a nessuno. E' una tematica che tutti volentieri evitiamo, anche nei discorsi tra adulti. Figuriamoci con un bambino...

Ma il punto è questo: se un bambino giunge spontaneamente a porre domande sull'argomento, vuol dire che in qualche modo il problema se l'è posto. Vuol dire che la possibilità di morire che incombe su ogni essere vivente l'ha percepita chiaramente. Come sarà successo? Che sia stato un amichetto a parlargliene oppure qualcosa che ha banalmente percepito in TV, fatto sta che si è tristemente accorto che nella vita si muore. A volte basta appena un innocente cartone animato affinchè un bimbo di appena 3 anni si ponga il problema: quale bimbo non si è ad esempio chiesto dove fosse finita la mamma del pesciolino Nemo dopo appena 5 minuti dall'inizio del film?

 

E' giusto affrontare il discorso "morte" coi bambini?

 

Ebbene, qualora un bimbo ci manifesti la spontanea necessità di confronto su questa sua triste scoperta, il discorso va assolutamente affrontato e nel modo giusto.

Mentire al bambino con frasi istintive del tipo: "Ma non preoccuparti, si muore quando si diventa vecchietti, ci vuole molto tempo! Non ci pensare!"  non è a mio parere il modo giusto di affrontare la cosa. Perchè non è vero che si muore solo quando si è anziani e tale modo di evadere l'argomento può essere un'arma a doppio taglio molto pericolosa.

Se infatti il compito di ogni buon genitore è rendere il proprio figlio autonomo e pronto ad affrontare il mondo quando mamma e papà non ci saranno più, con bugie di questo tipo non stiamo di certo forgiando la fragile psiche del piccolo ad affontare un'eventuale perdita. Diciamola senza mezzi termini: se il bimbo dovesse trovarsi un giorno ad affrontare la perdita prematura di un proprio caro, si troverà pericolosamente spiazzato in quanto era convinto che la morte srrivasse solo "da vecchietti" E dal punto di vista psicologico il tutto potrebbe essere catastrofico. Perchè vi chiedete? Perchè l'unico elemento "rassicurante" che siamo stati in grado di fornirgli intorno all'argomento è che "si muore solo da anziani". E quando il bimbo mette tragicamente a fuoco che non è così, si trova di colpo catapultato in un inferno senza nessuna àncora di salvezza. Senza nessun pensiero rassicurante che sia per lui punto di riferimento. E come se lo lasciassimo in mare aperto senza nulla cui aggrapparsi: annegerebbe dopo poco.

 

La religione sembrerebbe l'unica soluzione...

 

E' assolutamente necessario offrigli un'idea di morte che sia il più possibile rassicurante e che lo aiuti a convivere con questa sua nuova ansia. Sembra diffcile vero? Sembra un'impresa impossibile rassicurare un bimbo su questo tema. Eppure sono millenni che l'Uomo ci riesce benissimo. Dagli albori della storia tutti i popoli del pianeta hanno creato, ognuno a suo modo, la propria "idea rassicurante" che li ha aiutati a spiegare ai propri figli cos'è la morte. Tale idea rassicurante si chiama Religione: paradiso cristiano, campi elisi o reincarnazione, sono di certo tutte idee molto più rassicuranti per un bambino. Dirgli inoltre che un giorno si riabbracceranno le persone scomparse è di certo l'UNICO modo che realmente può aiutarli a vivere con meno angoscia l'idea di morte.

 

E se siamo atei? Come fare se non siamo credenti?

 

Mi è capitato di veder genitori atei che pur di sentirsi coerenti con le proprie idee si lanciavano coi propri bimbi in poetiche spiegazioni su come dopo la morte "si ritorni nella natura in forma diversa", diventando magari alberi, mare, terra, fiori. Poetico e suggestivo... ma purtroppo tutto ciò coi bambini non attacca. Il bambino ha infatti bisogno di sapere che "lui continuerà ad esser lui" anche dopo la morte. E per la fragilità della sua psiche ha inoltre bisogno di pensare che anche i suoi cari continueranno ad esserci dopo la morte e che un giorno magari li riabbraccerà. E' un bisogno. Tutto qui. Che sia giusto o sbagliato dal punto di vista di un ateo... è semplicemente un bisogno. A questo punto dunque non posso che appellarmi al buon senso di tutti gli atei che stanno leggendo questo articolo ed invitarli ad anteporre il benessere del proprio bambino al bisogno personale di sentirsi coerenti e fedeli ad ogni costo alla propria filosofia. Mi spiego meglio...

Io sono estremamente convinto che le concezioni filosofiche che prescindono da Dio (ateismo, agnosticismo), per quanto possano essere più che legittime, non dovrebbero in alcun modo coinvolgere i bambini della famiglia. E questo solo ed esclusivamente a tutela del loro benessere psichico. Specie nella più tenera età i bambini sono infatti ancora psicologicamente fragili e immaturi per sostenere una concezione atea del'universo. E' come se a 3 anni volessimo mandarli al liceo anzichè all'asilo: non sono ancora pronti ad assorbire quel tipo di nozioni! La religione è per lui un bisogno, un sostegno e non possiamo privarl! Magari quando sarà grande giungerà anch'egli su posizioni atee (o agnostiche) così come hanno fatto mamma e papà nel corso della loro vita. Ma non ora. Adesso ha assolutamente bisogno di credere. E se lo aiutate un pochino mostrandovi anche voi credenti non sarete di certo un giorno da lui condannati e additati come "incoerenti". Perchè state semplicemente chinandovi verso di lui, verso la sua immaturità, per andar incontro ad un bisogno essenziale: quello di credere che tutto ciò che vede davanti ai suoi occhi non finirà mai e che dopo la morte sarà solo vissuto in forma diversa.

Lungi da me dunque prolungarmi in discussioni su cosa sia giusto e sbagliato credere (non faccio il filosofo nè il sacerdote, ma piuttosto il pediatra!) e volendo con questo articolo lasciarvi solo qualcosa che sia utile e funzionale al benessere dei bambini, ciò che mi sento di dire è che la visione mistica/trascendentale dell'universo (propria di ogni religione) dovrebbe essere la "modalità di partenza" di ogni individuo appena nato. L'ateismo è una possibile fase successiva cui un individuo potrà o meno giungere... ma qualora vi approdi, dovrà però esservi giunto spontaneamente e non perchè "indottrinato" da bambino all'ateismo.

 

I bambini hanno dunque bisogno di Dio...

 

...e credo che abbiano bisogno di sapere che Dio esiste, così come hanno bisogno di calcio per far crescere sane le loro ossa. Quindi, cari mamma e papà, anche se non siete credenti, lasciate per favore che i vostri figli credano! Qualunque sia la religione che più agevolmente siete in grado di trasmettergli! La vita ultraterrena descritta dalle religioni è infatti l'unico modo che davvero può riuscire a rasserenarli almeno un po' quando cominceranno a porsi domande sulla morte o qualora dovessero trovarsi a vivere un'esperienza di perdita (che sia anche del pesciolino rosso cui erano tanto affezionati!). Quando poi da grandi saranno psicologicamente pronti a convivere con l'idea atea che dopo la morte potrebbe anche esserci il nulla, faranno la loro scelta di vita. Ma dovrà essere una scelta spontanea e non indotta. Se resteranno credenti tanto meglio per loro: riusciranno di certo ad affrontare tutti i casi della vita in maniera più serena rispetto a chi purtroppo non riesce più ad aver fede.

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